La Nato saluta trionfalmente la Libia Ma la success story non avrà un bis
di Luigi Spinola
Missione compiuta? Il mandato è scaduto ieri. Gli alleati, Clinton in primis, s'intestano la vittoria. La Nato ha buoni motivi per festeggiare. Ma l'intervento non è replicabile, anzi, come dimostra l'impotenza di fronte alla crisi siriana. E il tempo potrebbe non essere clemente.
A woman walks near graffiti on a wall depicting Moammar Gadhafi with Arabic writing that reads, "the departure of Gadhafi, I wish I fairly distributed the fortune in my country," in Tripoli, Libya, Sunday, Oct. 16, 2011. (AP Photo/Abdel Magid al-Fergany)
Alle 23.59 ora locale di ieri, circa 10.000 missioni di attacco dopo la prima incursione di quattro Rafale francesi contro la colonna di tank “lealisti” che lo scorso 19 marzo avanzava verso Bengasi, la “nostra” guerra di Libia è formalmente finita. Il Segretario Generale dell'Alleanza Atlantica Anders Fogh Rassmussen celebra «una delle missioni di maggior successo della Nato». E intervistata dal Washington Post, tra le tante rivendicazioni anglo-francesi, anche Hillary Clinton s'intesta una campagna che era «dalla parte giusta della Storia, dei nostri valori, dei nostri interessi strategici nella regione». Nessuno, però, pensa seriamente di poter replicare altrove, e certo non in Siria, quel modello d'intervento militare internazionale. E il tempo potrebbe smentire il trionfalistico, prematuro bilancio dell'operazione. Il presidente del Consiglio Nazionale di Transizione libico (Cnt) Abdul Jalil aveva chiesto agli alleati di fermarsi fino alla fine dell'anno. «Per aiutarci a bloccare la fuga dei lealisti» ha detto a Doha. «Per aiutarci a controllare le nostre frontiere» ha spiegato a chi scrive il rappresentante del Cnt all'Aja Ahmed Gehani. O più semplicemente, come ha sintetizzato l'inviato libico all'Onu, per dare tempo alle nuove autorità di valutare le necessità di sicurezza. Non è da escludersi che alcuni alleati si trattengano in Libia, in primis per evitare la fuoriuscita di armi dal Paese, convenzionali e non, se davvero ce ne sono. Ogni nuovo accordo d'assistenza andrà però negoziato separatamente. Per quanto la risoluzione 1973 si sia dimostrata flessibile, era difficile far rientrare anche questi extra nel mandato che, autorizzando l'uso di «tutti i mezzi necessari (..) per proteggere i civili», ha dato legittimità all'operazione di “regime change” in Libia. Nel giorno del commiato, la Nato peraltro ha buoni motivi per festeggiare. Ha dimostrato di poter combattere su due fronti, fornendo copertura aerea ai ribelli libici mentre continuava a combattere quelli afghani. E lo ha fatto nella difficile stagione dell'austerity, che impone drastici tagli al budget della difesa. Abbiamo avuto anche fortuna, riconosce un rapporto pubblicato dall'autorevole pensatoio britannico Royal United Services, che celebra Sarkozy e Cameron come «eroi accidentali» di un conflitto improvvisato e confuso. E Tripoli è caduta giusto in tempo, sottolineano a Londra, poco prima che la Raf esaurisse la sua scorta di cruciali missili anti-tank Brimstone. Il successo militare però trova le sua basi in un vero exploit diplomatico. L'ingerenza straniera ha avuto un via libera “regionale” della Lega Araba (ma non dell'Unione Africana), indispensabile per ottenere quello del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Un formato multilaterale che in parte ha retto sul campo di battaglia, grazie alla partecipazione alle operazioni di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania. E sui cieli libici l'Alleanza ha sperimentato un nuovo “burden sharing”. Gli Stati Unti hanno “guidato dalle retrovie”, garantendo potenza di fuoco e coordinamento logistico, ma lasciando la prima pagina dei giornali e una quota significativa degli strike agli alleati europei. Anche tenere insieme l'Alleanza è stata un'impresa notevole, spiegava ieri il Washington Post, rivelando il ruolo cruciale svolto dalla “smart diplomacy” di Hillary Clinton. Già lo strike preliminare voluto dall'Eliseo per imprimere il marchio francese alla missione, tre ore prima del via ufficiale della campagna, ha rischiato di far saltare la coalizione. E quando è scoppiata la querelle sulla struttura di Comando, che Parigi voleva distinta dalla Nato, la Segretario di Stato ha passato «ore al telefono e di persona con Silvio Berlusconi e Franco Frattini» per rabbonirli. Per poi risolvere la questione in un vertice a quattro - con i rappresentanti di Turchia, Regno Unito, e Francia ma non Italia - mentre Roma confermava la propria «cruciale» partecipazione alla missione. La competizione ottocentesca che si è scatenata tra presunte grande potenze europee, non appena l'America ha fatto un passo indietro, non lascia presagire nulla di buono per il futuro dell'Alleanza. Non è l'unica ombra che oscura il prematuro bilancio dell'operazione libica. E sarà difficile schiarirle. Il giudizio sull'operazione di “regime change” è legato innanzitutto dalla piega che prenderà il processo di transizione verso il nuovo ordine libico. La resa dei conti in corso in Libia, su cui le cronache forniscono aggiornamenti agghiaccianti a getto continuo, impone la rafforzata vigilanza di chi si è assunto la responsabilità del cambiamento. Ma al netto di come andranno le cose a Tripoli e dintorni, l'idea di trarre dall'operazione un modello di interventismo risulta già compromessa. E la possibilità di replicarla altrove è prossima allo zero, come conferma l'evoluzione della crisi siriana. La rivolta repressa dal regime baathista lascia sempre più spazio a un conflitto tra forze “lealiste” e milizie “ribelli”, l'Esercito Libero della Siria. E la militarizzazione dello scontro ha dato più forza alle voci dell'opposizione che chiedono l'imposizione di una “no-fly zone” sui cieli della Siria. Ma è un'ipotesi che la Nato ha già escluso. Risulta assai convincente Bashar al Assad quando avverte gli occidentali, nell'intervista pubblicata domenica dal Daily Telegraph, che «la Siria è il perno della regione, e se ci giochi provochi un terremoto. Volete un altro Afghanistan?». La Siria non è la Libia, lo sanno bene gli alleati. Eppure l'impotenza dimostrata in questi mesi dalla comunità internazionale non si spiega solo con la realpolitik. Pesa anche l'eredità della gestione della crisi libica. L'interpretazione massimalista data alla risoluzione 1973 ha legittimato l'ostruzionismo di Pechino e Mosca al Palazzo di Vetro. O meglio, ha permesso loro di ammantare di nobili principi il sostegno a Damasco. Così a inizio di ottobre è arrivato un duplice veto a qualsiasi ipotesi di risoluzione di condanna nei confronti del regime, perfino alla versione annacquata presentata dagli europei, che neanche menzionava la parola sanzioni. Perché «espressione di un approccio aggressivo» contrario allo sforzo di mediazione sostenuto dalla Russia - ha spiegato l'ambasciatore russo Vitaly Churkin - e suscettibile di aprire la porta a un intervento militare. Il Consiglio di Sicurezza, riesumato a marzo come organo decisionale, rischia ora una irreparabile paralisi. E l'ipotesi di cambiamento in Siria appare sempre più nelle mani del potente vicino Recep Tayyip Erdogan, che dialoga con l'opposizione e ospita l'esercito ribelle. Non è chiaro se la Turchia è pronta a compiere passi più audaci, ad esempio ritagliare un'enclave territoriale per gli insorgenti, una sorta di Bengasi siriana. Ma certo Ankara si muoverà in linea con la sua ambiziosa politica estera, neo-ottomana più che atlantica. E sarà difficile “guidarla dalle retrovie”.
mercoledì, 2 novembre 2011
foto del giorno
A group of people wearing the masks depicting (from left to right) Chinese President Hu Jintao, Russian Prime Minister Vladimir Putin, South Korean president Lee Myung-Bak, U.S. President Barack Obama, British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy pretend to make a toast during a protest against the Nuclear Security Summit in Seoul, South Korea, Monday, March 26, 2012. A number of groups in South Korea oppose the expansion of nuclear development which they say the two-day nuclear summit promotes. (AP Photo/Eugene Hoshiko)