giovedì, 23 febbraio 2012 ore 00:50

Prima pagina

Palermo & Budapest
Due storie lontanissime
Un timore comune

di Paolo Franchi

Un filo lega quello che sta capitando in tante diverse plaghe d’Europa. Finora abbiamo cercato di spiegare questi fenomeni usando la categoria del populismo. Non è servito a niente.

Nella foto: proteste in Ungheria

Per dire: che cosa c’entrano i Forconi siciliani, di cui ci scrive Peppe Provenzano, con la nuova (e vecchia) destra al potere in Ungheria, che Marco Benedettelli e Alessandro Grimaldi ci raccontano nel loro reportage? Ma è chiaro, Palermo con Budapest non c’entra niente. Anche perché a Palermo non hanno la minima idea di chi fosse, che so, l’ammiraglio Horthy, e a Budapest non sanno che cosa sia un’infiltrazione mafiosa. Nel Terzo Millennio è particolarmente difficile, ma i casi sono due.
O ripeschiamo negli archivi della memoria almeno i rudimenti del caro, vecchio metodo dell’analisi differenziata, rinunciando così in partenza alla tentazione di sommare le pere e le mele. Oppure dobbiamo rinunciare in partenza a cercar di capire quel che ci capita intorno, e adeguarci alla prospettiva di vivere in un gigantesco spettacolo di suoni e luci, in cui ogni cosa, purché rimbombi e luccichi fino ad accecare, equivale a tutte le altre, e tutto scorre, senza lasciare traccia, a velocità portentosa.
La prima strada è naturalmente difficile, molto difficile. Anche perché ci siamo già tanto inoltrati sulla seconda da faticare persino a comprendere che gran parte dei nostri strumenti di interpretazione della realtà, ammesso pure che in passato fossero utili, si sono arrugginiti fino a diventare inservibili.
È vero che Palermo con i suoi Forconi è Palermo, e Budapest con il suo Orban è Budapest, e Parigi (dove tutti i sondaggi danno in forte ascesa madame Le Pen, e in calo ancora più forte il tradizionale rifiuto “repubblicano” della maggioranza dei francesi di riconoscere una qualsiasi legittimità al Fronte nazionale) è Parigi.
Ma un qualche filo che lega quello che sta capitando in tante e tanto diverse plaghe d’Europa, partiti che perdono pezzi, governi e istituzioni che traballano, nazionalismi e localismi che rialzano la testa, ci deve pur essere. Le premesse, i segnali (e qualcosa di più) c’erano da un pezzo.
Per anni, ma sarebbe meglio dire per un paio almeno di decenni, li abbiamo guardati con fastidio, sussiego e anche un po’ di disprezzo. Se abbiamo cercato di analizzarli, lo abbiamo fatto ricorrendo pigramente a una categoria, quella del populismo, che spiega tutto e niente. Adesso che rischiano di dilagare destre illiberali e movimenti radicali di protesta (chissà se prepolitici o postpolitici) dei quali sappiamo solo che sono lontani anni luce da noi, siamo senza parole. E i politologi, che non si sono letteralmente accorti degli sconvolgimenti che hanno investito e investono l’habitat di una politica sin troppo abituata a prestar loro orecchio, da prestarcene non ne hanno.
Ha ragione Ilvo Diamanti: meglio, molto meglio i sociologi, almeno quelli che hanno studiato e provato a raccontare a una politica del tutto indifferente i sommovimenti tellurici e i mutamenti molecolari della società italiana e, aggiungerei, delle società europee. Ma forse un aiuto ancora più sostanziale potrebbero e dovrebbero darlo gli storici. Perché questi movimenti sono inediti, sì, ma fino a un certo punto. All’origine della loro esplosione c’è anche, eccome, il riaprirsi di faglie antiche, e il riaffacciarsi, in forme in parte nuova, in parte no, di tensioni, di pulsioni, di rancori e pure di orrori che a torto si credevano archiviati da un pezzo.
Finché si fanno chiacchiere sugli indignati, non c’è problema. Ma se si vogliono almeno tentare delle analisi concrete di situazioni concrete, le cose si complicano. Per restare a Palermo e a Budapest. Chi non sa nulla della storia del ribellismo meridionale, di come in Sicilia tante volte si siano intrecciate l’antipolitica più feroce e la politica più oscura, difficilmente capirà qualcosa dei Forconi, recupero del “sicilianismo” ed eventuali infiltrazioni mafiose comprese.
Chi ignora quanto profonde siano le radici della reazione in Ungheria, difficilmente capirà qualcosa della nuova destra ungherese, della paura che suscita, delle resistenze che incontra.
Ragioni è una piccola cosa, un foglietto o poco più. Nutriamo, però, un’ambizione, o magari una presunzione. Per fare, come possiamo e come sappiamo, cultura politica, e una cultura politica non accademica, o si prova a lavorare con un minimo di sistematicità su questi temi, cercando di rintracciare in Italia e in Europa i fili che legano il passato e presente o è meglio lasciar perdere. Un po’ perché, come il famoso soldato di Napoleone, siamo tignosi; un po’ perché in questi due mesi la nostra ambizione (o la nostra presunzione) qualche riscontro lo ha avuto, ci proviamo. Dateci una mano a farlo di più e meglio di quanto, e non è pochissimo, siamo riusciti a fare sin qui.

sabato, 21 gennaio 2012

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commenti dei lettori

7 commenti presenti

Angelica

23 gen 2012 15:58

Dire che al sud la gente sia piu' intelligente che al nord e' gia' un'affermazione ridicola e per giunta razzista che se fosse stata pronunciata al contrario avrebbe gia' suscitato un'ondata di proteste senza precedenti. Questo purtroppo e' il nostro paese.Non c'e' senso di unita' su niente. Troppe sono le diversita' in tutti i campi e manca la volonta' di andare oltre. Il problema maggiore del sud e' la totale incapacita' dei suoi amministratori locali. Perche' non protestate contro di loro?

alvise bojago

23 gen 2012 10:56

Quello che manca nei ragionamenti di chi sta a sinistra è la proposta di come il Paese può crescere. Manca qualcosa che non siano i soliti elenchi delle cose che non vanno. E in certi ambienti , sempre del PD, manca anche la volontà di abbandonare quei modelli di sviluppo che ci hanno portato ad essere quello che oggi siamo, a tutti i livelli. il paradigma cui ambirei è quello raccontato settimane fa dal direttore del Riformista, il quale ricordava un discorso di un grande sindacalista della CGIL , Di Vittorio, rivolto ai contadini pugliesi. Non dovete battervi per difendere produzioi che rendono poco , diceva, solo per il timore di perdere occupazione, ma lottare per trasformarle in quelle che offrono maggiori margini di guadagno (ovvero dal grano all'ulivo). Ecco cosa è mancato. Per la cieca difesa di posti di lavoro e quindi per una politica continua di sussidi, sono state bruciate nei decenni innumerevoli occasioni e settori di sviluppo. Niente chimica fine, niente elettronica, niente aerospaziale o aeronautica, ma sostegno a PMI che per loro natura non possono fare ricerca. Un laissez-faire di cui non è colpevole solo il Berlusca. Così oggi rispetto ad altri Paesi abbiamo pochi laureati in materie scientifiche (molti avvocati invece) . Abbiamo cioè pochi prodotti ad alto valore aggiunto (e quindi stipendi omogenei) e tanti con salari di sopravvivenza. . La sinistra , e anche la CGIL deve accettare la distruzione creativa. E non lo dico io, ma Di Vittorio.

Maurizio

23 gen 2012 06:57

Francamente trovo eccessivo arrivare a Roma per risolvere problemi da imputare a se stessi. Basta andare al Palazzo dei Normanni. Scuole completamente gratuite, dice qualcuno, ma dimentica che ciò esiste già per la sanità, senza che questo producesse la crescita come funghi di strutture private convenzionate. E "stranamente" la sanità funziona male, a discapito dei cittadini, entrambe mentre scorrono fiume di denaro in tasca dei soliti. Il sospetto che dietro il movimento dei forconi ci siano i poteri forti siciliani è fondato. Lo stato centrale ha tagliato i fondi a tutte le Regioni, eppure nella Sicilia esiste un tale sperpero di risorse dove basterebbe una migliore gestione delle stesse per recuperare denaro ad iosa. La domanda è però: perchè il movimento dei forconi non si rivolge alla sua classe politica e imprenditoriale ( collusi tra di loro)?

giancarlomaria

22 gen 2012 21:52

Alcuni anni fa sono tornato in Sicilia per fare una rimpatriata con alcuni superstiti degli anni del Liceo che frequentai a Siracusa e a Palermo. Per pavoneggiarmi un po' mi portai dietro una coppia inglese, buoni amici e di lunga data. Affittammo una macchina e mi ricordo perfettamente il loro stupore nel vedere la raffineria di Priolo, dall'autostrada prima di arrivare a Siracusa, ed l'insediamento industriale di Termini Imerese, sempre dall'autostrada prima di giungere a Palermo. Io cercai di raccontare qualcosa su Mattei, l'Ente Minerario Siciliano, il "compromesso storico" Fiat-Mafia e la nascita del polo di Termini-Imerese, la Cassa del Mezzorgiorno, le "cattedrali nel deserto", "Il giorno della Civetta" e Sciascia, il bandito Giuliano ed il Separatismo, i contadini ammazzati ad Avola dalla Polizia nel '68 che pero' non fecero grande notizia perche' non erano ne' operai ne' studenti..... Insomma mi accalorai tanto che andai in confusione mentale. Dopo alcuni minuti di "rispettuoso silenzio" successivi al mio sfogo Sharon e David mi dissero "Giancarlo non si possono costruire complessi industriali e raffinerie in due delle piu' belle baie che abbiamo visto nel Mediterraneo. E' semplicemente 'common sense' ! ". Gia' il senso comune di cui, come e' noto, siamo dei gran virtuosi. Poi, probabilmente, come nel secolo scorso e' gia' successo due volte, gli "stramaledetti" Inglesi indosseranno le vesti di salvatori dell'Europa, loro che Europei non sono mai stati, per risolvere le follie balcaniche, tedesche e mediterranee, traendone "qualche" vantaggio strategico che li permettera' di vivere alla grande un altro mezzo secolo. "Ma forse un aiuto ancora piu' sostanziale potrebbero e dovrebbero darlo gli storici". Altro da aggiungere? Non credo.

socialista eretico

22 gen 2012 20:20

concordo con la parte del commento sottostante sulla necessità di investire nella scuola per il meridione. sono invece contrario ad ulteriori agevolazioni economiche per la sicilia piuttosto sarebbe ora di abolire lo statuto speciale per le regioni d'italia che ne godono.

michela

22 gen 2012 12:16

Vorrei informare l'autore dell'articolo che il simbolo del ^forcone^non è solo esclusivo del popolo siciliano in questo frangente.Già qualche tempo fa il massimo esponente della Lega nord aveva fatto riferimento a questo strumento per indicare l'insostenibilità ed insopportabilità di certe situazioni.E la Storia ha sempre dimostrato che contro il popolo in rivolta che lotta contro la fame o per la propria libertà o mandi i carrarmati o cerchi di capire le ragioni della protesta.Personalmente ritengo che sia sempre meglio la seconda soluzione.

ester di pasquale

22 gen 2012 09:24

Vivo da anni in sicilia pur essendo di nascita e di formazione del nord. La richieste del movimento sono sacrosante, Poter usufruire di un prezzo agevolato per i carburanti non solo è giusto, considerando lo scempio pagato in termini di territorio dalla raffinerie, ma sicuramente potrebbe essere un volano importante per l'economia siciliana.L'atteggiamento nei confronti della sicilia è da tempo colpevolmente dispregiativo. I primi ad esserlo sono proprio quegli stessi siciliani che hanno posizioni di rilievo nella politica. Gli "arrivati" trattano con sufficienza i propri compaesani. E qua si allarga il discorso verso l'arretratezza endemica del sud. La sicilia non sa ancora quali sono i suoi diritti e i suoi doveri; ha un rapporto feudale con i suoi governanti, che diventa poi sudditanza mafiosa. Risposte: scuola, la scuola al sud deve essere gratis, incentivata al massimo, le persone sono per qualche strana ragione più intelligenti ( forse più sveglie) che al nord. Se qualche governo di roma in preda ad una " visione garibaldina", decretasse l'assoluta gratuità delle scuole con annessi libri e carburanti defiscalizzati, be, a mio avviso, avrebbe fatto molto più dei farraginosi incentivi europei e non.

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